
Abbiamo letto l’articolo di Antonio Passanese uscito sul quotidiano La Nazione in merito al Giorno del Ricordo.
Come ci insegnano gli storici la “memoria” è un elemento individuale, emotivo, dettato da variabili soggettive e familiari.
Le “memorie” servono a ricostruire la verità storica, ma una “memoria” non può rappresentarla nel suo insieme perché questa incrocia una serie molto più ampia di dati, racconti, fonti d’archivio, articoli di giornale e documenti istituzionali che nel racconto personale spesso vengono semplice elusi.
Starebbe all’autore del testo – o dell’articolo di giornale come in questo caso – collocare una singola testimonianza in quella cornice.
Questo può accadere se l’autore non parte da un assunto propagandistico che viene ben rappresentato nel finale dell’articolo: “la bandiera di Tito è come la bandiera con la svastica”.
Qui ritroviamo la faziosità nel tentativo di equiparare comunismo e nazismo che in pratica significa criminalizzare il primo per riabilitare il secondo.
Qui ritroviamo la banalizzazione storica: quella bandiera era l’insegna sotto alla quale combatté l’Esercito popolare di liberazione jugoslavo riconosciuto come tale anche dai comandi militari degli Alleati.
Detto ciò, il problema è un altro.
Nell’articolo infatti, attraverso quella testimonianza, si cerca di avvalorare la tesi della “pulizia etnica contro gli italiani”.
Questa è una falsità storica.
I censimenti del periodo, da tutti riconosciuti come sommari visto la fase storica convulsa, attestano comunque che all’incirca il 20% della comunità italiana in terra slava continuò a viverci anche dopo il 1947.
Non solo. Altre fonti storiche attestano come dal Friuli Venezia Giulia, dove la tensione irredentista rimase viva ben oltre la fine della guerra, migliaia di persone si trasferirono dall’Italia alla Jugoslavia seguendo l’esempio degli operai del Cantiere di Monfalcone che nell’Italia del dopoguerra videro fallire le promesse della totale defascistizzazione delle istituzioni e dell’organizzazione del lavoro.
Questo fenomeno a livello storico è chiamato “controesodo” e riguardò negli anni successivi altri operai ma anche insegnanti e impiegati che dalle principali città del nord Italia si trasferirono a vivere con le proprie famiglie in Jugoslavia.
Non è infatti un mistero, almeno che non lo si voglia rendere tale o lo si rimuova per ignoranza, che la minoranza italiana in Jugoslavia dopo il 1947 fosse formalmente riconosciuta dal governo e rappresentata dall’Unione degli italiani dell’Istria e di Fiume che aveva circoli, teatri, cinema e un proprio giornale. Allo stesso modo era riconosciuta la lingua italiana come lingua d’insegnamento nelle scuole proprio in quelle terre.
Quindi, alla luce di ciò chiediamo: com’è possibile parlare di pulizia etnica? La libertà d’informazione corrisponde anche alla possibilità di essere faziosi?
Perché tutto ciò significa chiaramente che la lettura proposta sul Giorno del Ricordo è completamente piegata ad una logica propagandistica e antistorica.
Infine, sempre dalle pagine dello stesso quotidiano, abbiamo potuto leggere anche l’intervista ad Italo Bocchino realizzata dalla giornalista Erika Pontini.
Bocchino, a precisa domanda sulla presenza della bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia al CPA Firenze Sud non ha mancato di definirci “delinquenti abituali”.
In tal senso, a proposito di “delinquenza” ma anche di sovranità nazionale, forse sarebbe il caso che i giornalisti iniziassero a chiedere agli esponenti del governo cosa ne pensano dei personaggi da cui si fanno dettare l’agenda internazionale dopo la pubblicazione degli Epstein Files…
Per discutere di questo e altro, ma soprattutto per rilanciare la mobilitazione in città, rimandiamo all’assemblea pubblica convocata da Firenze Antifascista per Venerdì 13 febbraio alle ore 18.30 presso il Parterre.
(nella foto una manifestazione del 1946 degli operai di Monfalcone)

