
Durante le operazioni di abbordaggio delle imbarcazioni della Flotilla, Netanyahu si è congratulato con i militari sionisti perché con la loro azione avrebbe impedito che la Flotilla portasse il proprio aiuto ad Hamas.
Questo è lo stesso teorema che legittima il genocidio, per il quale Gaza è stata rasa al suolo e in nome del quale si producono leggi razziali come quella sulla pena di morte contro i prigionieri palestinesi.
Lo stesso teorema per cui il Libano sta subendo lo stesso trattamento, con il governo libanese che ritira il proprio esercito, la missione UNIFIL che sta a guardare mentre Hezbollah mette in campo le proprie forze per resistere all’invasione.
Per la stessa ragione l’Iran doveva essere distrutto e un’intera civiltà annientata.
Questo è lo stesso teorema per il quale i palestinesi vengo arrestati in Italia e le loro organizzazioni illegalizzate in molti altri paesi.
È un teorema che non è stato inventato dal sionismo, ma è una costante di ogni entità coloniale, fascista e controrivoluzionaria.
Potremmo citare mille esempi ma ne basta uno: le Fosse Ardeatine, l’eccidio della ritorsione dopo via Rasella. Sembra un paradosso ma non lo è.
Questa è la ragione per cui ogni singolo gesto di solidarietà, fosse anche solo umanitario e non connaturato da una prospettiva politica, viene trattato e gestito secondo la stessa logica di annientamento e umiliazione.
Nel caso degli equipaggi della Flotilla questa logica viene “dosata” rispetto al trattamento riservato ai prigionieri palestinesi, ma stiamo comunque parlando di rapimenti in acque internazionali, deportazione in “Israele” su una nave-prigione, privazione del sonno, vessazioni e percosse sotto la minaccia delle armi.
Le immagini che la stessa entità sionista ha divulgato lo dimostrano: per noi sono paragonabili alla ferocia nazista, per loro una dimostrazione di forza.
La faglia su cui ci muoviamo è proprio questa: la “democrazia” formale sbandierata come elemento del suprematismo occidentale, la brutalità dell’azione di guerra estesa all’intera società come elemento sostanziale.
Dobbiamo esigere la liberazione degli equipaggi e a loro va la nostra solidarietà. Quando questa avverrà – speriamo il più presto possibile – però non dobbiamo scambiarla per una vittoria.
Rimane l’impunità nella rottura di ogni livello del diritto internazionale, di navigazione al punto che la marina israeliana occupa il canale radio delle emergenze con “Opsss, I did it again!”.
Rimane la normalizzazione del genocidio.
Soprattutto però si conferma il fatto che la tensione cala vertiginosamente quando si tratta “solo” dei bombardamenti sul Libano o sull’Iran come se non fossero parte dello stesso copione della distruzione della Palestina.
Oppure quando l’Unione europea invia 90 miliardi a Kiev e attesta che questi verranno restituiti dalla Federazione Russa con i risarcimenti di guerra: non è difficile capire cosa significhi e che la prospettiva che ci stanno mettendo davanti sia solo una.
Questo è il salto di qualità che dovremmo ricercare.
Sostenere la voce dei palestinesi in Italia per rafforzare la crescita del movimento di resistenza contro la guerra.
Che questo parli alle classi popolari che ne subiscono gli effetti più immediati tra salari bassi, taglio dei servizi e carovita.
Chiarire che vivere in un paese che si pone come retrovia logistico per il rifornimento dei fronti di guerra comporta rischi incalcolabili per la nostra sicurezza.


