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No all’utilizzo delle basi in Italia per la guerra contro l’Iran

“Donna Vita Libertà” abbiamo sentito gridare nelle piazze che hanno caldeggiato i bombardamenti sull’Iran.
Questi sono arrivati la mattina del 28 Febbraio. Uno dei primi obiettivi colpiti, subito dopo l’assassinio di Ali Khamenei, è stata una scuola femminile con oltre 150 vittime tra le giovani studentesse: eccola “la liberazione delle donne iraniane”.
Nelle ore successive sono stati colpiti quartieri residenziali, due ospedali, la sede della TV di stato, quella della Mezzaluna Rossa.
I bombardamenti sono la prosecuzione delle sanzioni e dell’infiltrazione delle proteste contro il carovita nel tentativo di destabilizzare l’Iran.

Ancora una volta i bombardamenti sono iniziati mentre erano in corso colloqui diplomatici.
Non diciamo questo perché pensiamo che la diplomazia sia l’antidoto alla guerra.
La diplomazia è una fase della guerra. Il fatto che però i bombardamenti si sovrappongano agli incontri che teoricamente avrebbero dovuto evitarli segnano il passo, cambiano le regole di ingaggio, sono un’accelerazione verso la guerra totale come unica prospettiva.

Siamo quindi all’escalation di una guerra che potrebbe essere lunga, dagli esiti incerti e imprevedibili in cui l’Iran viene colpito per il suo ruolo nella regione a partire dal sostegno alla causa palestinese.
Il primo obiettivo delle forze statunitensi e sioniste era l’uccisione delle più alte cariche della Repubblica Islamica, il ridimensionamento della sua potenza missilistica, il contenimento delle perdite.
Quest’obiettivo è stato raggiunto solo in piccola parte.
Infatti la risposta iraniana non si è fatta attendere e ha colpito tutti gli obiettivi militari dichiarati e alcune città israeliane.

In tutte le città iraniane ci sono state manifestazioni di massa contro l’aggressione militare mentre la contraerea era in funzione.
Manifestazioni in vari paesi dell’area hanno preso d’assalto le sedi diplomatiche USA.
In questo quadro non vediamo alcuna equidistanza possibile: è chiaramente il centro imperialista a trazione USA-Israele a spingere verso la guerra, a spostare sempre più in alto l’asticella, ad avvicinare l’umanità intera al superamento definitivo della linea rossa della guerra mondiale.

Quando salta il banco delle relazioni e degli equilibri a livello internazionale, questi saltano anche all’interno degli Stati che conducono la guerra e portano ad un maggior disciplinamento della società e a un autoritarismo crescente.
Questo accade per i costi economici e sociali della guerra vengono scaricati verso il basso.
Se non bastasse l’aumento della spesa militare a discapito delle altre voci di spesa, le centinaia di navi all’ancora vicino allo stretto di Hormuz, e la possibilità degli attacchi alle navi nel Mar Rosso da parte dello Yemen, stanno già innescando una nuova speculazione sulle fonti di approvvigionamento energetico.
Consideriamo che tutte le stime su crescita del PIL e occupazione sono realizzate stimando il costo medio del petrolio sui 50-60 dollari al barile per il 2026. Oggi il prezzo si attesta già a 80 dollari. Se la situazione dovesse perdurare – cosa molto probabile – si potrebbe arrivare fino ai 100 dollari al barile.
Per non parlare poi dell’aumento sul gas vista anche l’intelligenza strategica della classe dominante europea che ha azzerato l’importazione di quello russo: un impatto devastante sui prezzi e sulla vita di milioni di lavoratori.

Ci chiediamo, davanti a questa situazione, come si giustificheranno i “sovranisti” nostrani, quelli che avrebbero dovuto abbassare l’età pensionabile, aumentare gli stipendi, ridurre tasse e bollette.
Una cosa è certa: non potranno più spacciare di essere l’ago della bilancia nei rapporti tra USA e Unione Europea.
La presenza del ministro della Difesa a Dubai per fatti privati mentre partivano i bombardamenti non è solo un misero teatrino, ma un fallimento di sistema. È la certificazione che gli USA non hanno alleati ma si circondano di stati satellite continuamente chiamati ad adeguarsi ai loro interessi.

Quello che è sicuro è che con ancora più insistenza si debba prendere posizione contro la guerra. Soprattutto comprendere cosa significhi tenere questa posizione quando la guerra non è più un’opzione ma diventa una certezza.
Il “cambio di regime” è un fatto su cui poi non abbiamo da dare lezioni a nessuno: è un’impellenza che riguarda noi e la parte di mondo in cui noi viviamo.
Chi ancora casca nel trabocchetto dell’esportazione della “democrazia con le bombe” o è in malafede o è proprio stupido.

Oggi è necessario che la prima rivendicazione della piazza sia quella di negare agli USA l’utilizzo delle basi sul suolo italiano e le nostre infrastrutture per condurre operazioni dirette o indirette contro l’Iran.
L’Iran ha già chiarito nei fatti che la difesa dall’aggressione militare passa per la risposta contro dei siti militari da cui partono gli attacchi.
Il governo Meloni, se non vieterà l’utilizzo delle basi agli USA, si prenderebbe tutte le responsabilità del caso in caso di risposta iraniana.

Nota a margine sull’informazione fiorentina che ha elevato a oratrice e statista la “donna vita libertà” che durante il corteo pacifista di domenica scorsa, a favor di telecamera, ha sparato numeri a caso per giustificare i bombardamenti sul proprio paese da parte della coalizione di Epstein.
Chissà se quando smonteremo la sua ricostruzione faziosa durante le prossime manifestazioni ci daranno lo stesso spazio…

(nel video i funerali delle bambine uccise nel primo giorno di bombardamenti)