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Sciopero generale! Basta carovita, basta riarmo, basta contratti di merda!

Con questo testo vogliamo entrare nel merito del rinnovo del CCNL dei metalmeccanici dopo la firma di Federmeccanica-Assistal e dei sindacati confederali.
Il quadro sindacale e economico che ne deriva si pone, secondo noi, all’interno della critica alla fase che stiamo vivendo.

Da un punto di vista contrattuale, dopo 40 ore sciopero, i metalmeccanici vedono la firma di un contratto molto più vicino alle pretese dei padroni che non alla piattaforma su cui avevano scioperato.
I sindacati firmano 205 euro di aumento spalmati su 4 anni. Una cifra vera soltanto per chi ha il vecchio 5º livello, mentre per la massa operaia con il 4º o il 3º gli aumenti saranno minori. Da sottolineare come la proposta iniziale di Federmeccanica fosse di 180 euro.
La proposta sulla 35 ore settimanali viene totalmente rimossa se non nell’indicazione della costituzione di una “commissione” che valuterà dove questa è realizzabile.
Viene sbandierata come vittoria la stabilizzazione del 20% del lavoro a tempo determinato per le aziende che vogliono continuare ad usufruirne dopo il 12º mese.
Oggi, la stabilizzazione del tempo determinato, supera “naturalmente” la soglia del 30%: che grande vittoria!
I sindacati poi sbandierano un altro grande traguardo: la cosiddetta “clausola di salvaguardia” che permetterebbe agli stipendi di adeguarsi all’aumento dei prezzi se questi superassero la soglia già preventivata.
Peccato che non venga messo in discussione il modo in cui questi adeguamenti vengano calcolati per cui si discostano sensibilmente dall’inflazione reale. Altrimenti non si spiegherebbe la continua perdita del potere dei salari anche laddove questo parametro era già contemplato dal CCNL.
In più non viene inserito nessuno tipo di tutela sulla “non assorbibilità” del superminimo: chi ha un superminimo assorbibile non vedrà effetti sulla busta paga ma solo un cambiamento nella dicitura.
Gli aumenti della paga base verranno sottratti al superminimo ma il totale sarà identico, almeno fin a quando il superminimo non sarà pari a zero.
Nel frattempo non viene minimamente messo in discussione il monte ore di straordinario che l’azienda può comandare agli operai.
Nessun vantaggio sul tempo libero a meno che tu non sia un operaio con 20 anni di lavoro nella stessa azienda, per cui alla fine dell’anno maturerai una settimana in più di ferie.
I sindacati quindi passano all’incasso: “volevamo di più ma poteva andare peggio e adesso ci rimettiamo al voto dei lavoratori”.

Ciò che dobbiamo fare però è collocare la firma di questo contratto nel quadro politico più generale.
È il contratto che più di ogni altro riguarda la leva della produzione e del valore.
Come tale l’elemento che salta all’occhio è che ogni suo passaggio sia legato alla produttività: non c’è scontro tra capitale e lavoro, ma un adeguamento del lavoro alle esigenze del capitale.
È un contratto che incentiva ancora una volta la contrattazione di secondo livello.
Ciò vuol dire consentire scientemente ai padroni di agire con premi e incentivi nei comparti trainanti come quelli legati al riarmo creando “isole felici” fatte di bonus e benefit utili solo a dividere la classe operaia per indebolirla.
All’interno della stessa fabbrica o officina ciò consente anche una premialità basata su criteri arbitrari: se scioperi e lotti, per esempio, più difficilmente avrai accesso “ai premi”.

Questo è un CCNL in linea con la manovra finanziaria perché ne recepisce i fondamenti: l’austerità generalizzata, il taglio di ciò che il capitale ritiene superfluo per i propri interessi di profitto, il finanziamento e la premialità nei comparti strategici. Questa firma agevola il piano di riarmo per come questo riuscirà integrarsi con il tessuto industriale italiano e riconvertirne le unità produttive di cui avrà bisogno.
Con una paga base bassa si riducono anche i costi per tutti i settori dove la cassa integrazione è un elemento strutturale che accompagna chiusure e dismissioni, favorendo poi acquisizioni di singoli rami d’azienda.
Infine è una firma che tende a smobilitare la lotta operaia incastrandola nel passaggio referendario anziché chiamare alla piazza e allo sciopero.

Per quanto ci riguarda non esiste possibilità vertenziale o squisitamente sindacale per cambiare questa tendenza: il venir meno del primato dell’Occidente, a livello globale, impedisce anche la minima redistribuzione della vecchia fase concertativa.
Dobbiamo esser disposti quindi anche noi operai, lavoratori e lavoratrici, a rimettere in discussione tutti gli automatismi a cui siamo stati abituati.
La produttività è un problema dei padroni non nostro.
Le qualifiche, le categorie, la stratificazione dei contratti, sono armi dei padroni contro di noi.
Un’ora di lavoro è un’ora di lavoro: che tu lavori a scuola, in sanità, in porto, in ferrovia, in cantiere o in fabbrica. Chi ha detto che dobbiamo avere contratti diversi?
Cambieranno le competenze, i turni, i corsi di aggiornamento, le specifiche sulla sicurezza, ma un’ora di lavoro è sempre un’ora di lavoro.

Non è forse arrivata l’ora di rimettere all’ordine del giorno la rivendicazione di un contratto nazionale unico, per tutti i settori, in cui la paga sia considerata lo strumento per vivere una vita dignitosa e che tenga insieme, oltre a settori diversi, sia lavoratori occupati che non?
Rompere questa logica vuol dire anche rompere i giochi delle burocrazie confederali.
Guardate oggi il “gioco delle tre carte” sui contratti, nel settore metalmeccanico e in sanità.
In sanità la CGIL non ha firmato il solito contratto che aveva firmato negli anni passati per farsi “l’assicurazione sulla vita” come sindacato combattivo, ma cede agli industriali la firma per i metalmeccanici perché è lì che si gioca la partita sulla guerra.
Ci rimettono i lavoratori in sanità che hanno un contratto di merda firmato da CISL e UIL, ci rimettono gli operai con un contratto di merda firmato anche dalla CGIL!
Dei ferrovieri, dei portuali, degli edili che ne sarà? Ognuno per la sua strada. Ognuno più debole perché “solo”.

È proprio qui che si annida il germe della divisione, degli scioperi separati, che ogni volta qualcuno va cercando nella “litigiosità della sinistra”.
La frammentazione è un fatto materiale, riflesso del sistema di relazioni che i padroni ci impongono e delle posizioni che ne consegueno.
Se gli scioperi del 22 Settembre e del 3 Ottobre hanno dimostrato che la rivendicazione politica, quando è chiara, supera e agevola anche quella sindacale, crediamo che ci si debba sforzare di riprodurre questa logica a partire da ogni battaglia, anche quella contrattuale.

Pensiamo che questo sia un tema complessivo che debba animare le piazze dello sciopero 28 Novembre oltre al dibattito e alla lotta che verrà dopo.