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Askatasuna vuol dire libertà… proprio quella che ci stanno togliendo!


Questo testo è il contributo del CPA Firenze Sud nel dibattito sui centri sociali, dell’attacco che ad essi è rivolto e sul ruolo che possono avere all’interno della fase di guerra che stiamo vivendo.

  1. Il contesto internazionale e quello nazionale ci mostrano una dinamica molto simile: il rapido deterioramento degli equilibri e delle relazioni, siano esse internazionali o sociali, e quindi lo sgretolamento degli organismi sovranazionali così come delle istituzioni nazionali.
    È la crisi strutturale del sistema capitalista a determinare l’accelerazione di un processo già in atto da tempo.
    Attraverso guerra economica, dazi, sanzioni, operazioni militari o vere e proprie aggressioni militari, gli USA, il centro imperialista egemone, stanno rideterminando la gerarchia sia delle proprie alleanze che delle proprie minacce.
    La crisi è il motore della guerra: quest’ultima si sta concretizzando in modo sempre più evidente, ed ormai anche la deterrenza si sta spostando dal piano militare nel suo complesso al suo livello superiore, quello nucleare.
  2. Anche l’Italia gioca la sua partita e, come ogni volta ci viene ricordato, “nell’interesse nazionale”.
    L’Italia partecipa allo scontro imperialista nel quadro delle proprie alleanze, dall’Unione Europea alla NATO.
    La guerra richiede l’impiego di sempre maggiori risorse; questo contribuisce al peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, tra salari bassi, carovita e taglio dei fondi ai servizi pubblici essenziali.
    Affinché uno Stato possa condurre la guerra al fuori dei propri confini, deve poter contare su un contesto interno pacificato. 
    Questo è il fronte interno della guerra. Come tale, viene gestito secondo una logica di cooptazione e repressione, premio e punizione, e quindi ha bisogno di stabilire quali siano gli “amici” e i “nemici”.
    Una delle caratteristiche del governo dello Stato di guerra è l’accentramento dei poteri delle mani dell’esecutivo.
    Su questa frequenza, si attestano la riforma della Corte dei Conti e la riforma costituzionale sulla giustizia che, non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, verrà sottoposta al voto referendario del prossimo Marzo.
    Lo stesso vale per la riforma sul presidenzialismo.
    Anche le elezioni democratiche ormai sono diventate una sorta di vezzo formale, il cui esito non incide in modo sostanziale: abbiamo attraversato decenni di alternanze di governo e non si è avvertita alcuna reale discontinuità.
    Anzi, abbiamo visto formarsi governi definiti “tecnici”, durante i quali i centri di potere, che solitamente lavorano senza soluzione di continuità all’interno dei ministeri, hanno espresso direttamente figure – “estranee” al mondo dei partiti – che hanno assunto un ruolo di primo piano e un’esposizione pubblica.
    Questi passaggi rispondono alla necessità dello Stato di guerra di prendere decisioni nel più breve tempo possibile, senza intoppi e quindi al di fuori di ogni vincolo di mediazione con organi indipendenti dall’esecutivo.
  3. Solo un anno fa, erano in corso il dibattito e la mobilitazione contro il DDL 1660, poi passato al Senato con altra denominazione, e infine strappato al dibattito parlamentare proprio dall’esecutivo, che lo ha convertito in decreto legge per accelerarne l’approvazione.
    Le lancette della storia viaggiano così velocemente che oggi è già in elaborazione una nuova bozza, per un nuovo Disegno di Legge sulla sicurezza.
    Le tracce contenute nella bozza rappresentano un ennesimo salto qualitativo.
    Il fermo preventivo per 12 ore è previsto su presupposti a “maglie molto larghe”, addirittura più larghe di quanto non fosse possibile durante il periodo fascista. Se allora, il fermo preventivo doveva essere anticipato da una richiesta al magistrato, oggi sarebbe sufficiente una comunicazione successiva.
    Se poi, nel dopoguerra, il fermo preventivo era consentito solo in relazione a “reati di estrema gravità”, che contemplavano l’attentato terroristico o reati punibili con l’ergastolo, oggi viene fatto un richiamo indefinito ad azioni che possano turbare la sicurezza pubblica. Una definizione che ben si presta ad un’interpretazione sempre più arbitraria da parte delle forze di polizia.
    L’arbitrarietà diventa ancora più chiara se si guarda alla facilità con cui potrebbero essere istituite le “zone rosse”: spazi urbani in cui un commissario straordinario, di concerto con le forze di polizia, può andare in deroga alle leggi vigenti.
    Lo Stato di Polizia si definisce come l’arbitrio di queste, giustificato da una sorta di stato d’eccezione. Le forze di polizia possono decidere chi, quando e come qualcuno possa essere escluso da un determinato ambito sociale, in base a presupposti extragiudiziali: è la logica del DASPO.
    Questa è l’estensione del decreto Caivano – giustificato anch’esso dalla logica emergenziale – verso l’intera società, affinché venga trasformato in strumento ordinario.
    Secondo la bozza del nuovo DDL Sicurezza, si andrebbe anche verso l’introduzione del riconoscimento facciale per accedere agli stadi. Se pensiamo a tutte le misure di controllo già presenti negli stadi, tra tessere, codici di gradimento, biglietti nominali e tornelli, ci rendiamo conto che questa misura, sempre spiegata entro una logica emergenziale, alimentata dalla criminalizzazione mezzo stampa, avrebbe ben altra funzione.
    Inserire il riconoscimento facciale negli stadi vincolerebbe l’acquisto di biglietti e abbonamenti all’autorizzazione alla scannerizzazione biometrica del volto. 
    Questi dati sarebbero l’inizio di una schedatura digitale di massa che andrebbe ad arricchire gli archivi necessari al controllo del contesto urbano, attraverso l’intelligenza artificiale.
    Non è fantascienza: è l’applicazione della tecnologia in dotazione dell’esercito israeliano per controllare i palestinesi nei territori occupati.
    Le smart city si basano proprio su tecnologia israeliana, e utilizzano l’incrocio dei dati, raccolti attraverso un complesso sistema di telecamere, per far scattare allarmi in automatico quando una o più persone producono movimenti che l’algoritmo riterrà “sospetti”.
    Infine, e non per ordine d’importanza, si discute dello “scudo penale” per gli agenti di polizia: se l’agente stesse svolgendo funzioni di sicurezza pubblica e fosse coinvolto in fatti di violenza, non sarebbe prevista l’iscrizione automatica nel registro degli indagati; quest’ultima potrà esser prodotta solo per iniziativa di parte.
    Cerchiamo di capire cosa voglia dire tutto ciò per un carcerato, per tutti coloro che hanno problemi nel rinnovo dei permessi di soggiorno fino a chi, più in generale, ha problemi di natura economica. 
    Come se Cucchi, Federico, Magherini, Ramy non fossero ferite ancora aperte.
    Questa mossa aumenta anche il disequilibrio tra forza di polizia e popolazione; colui che in teoria dovrebbe essere “tutore della pubblica sicurezza” beneficia di leggi che favoriscono l’impunità verso coloro che, sempre in teoria, dovrebbe tutelare.
    Chi ci tutela dal “tutore”?
    Pensiamo che non sia un’iperbole affermare che questa tendenza sia simile a quanto sta succedendo negli USA con l’ICE.
    Chiariamo un aspetto apparentemente controintuitivo: pacificare il fronte interno significa provocare scossoni con cui, per poter gestire la situazione con maggiore risolutezza e autoritarismo, lo Stato può arrivare a sostenere una guerra civile a bassa intensità.
    Basti pensare alla storia d’Italia, alla strategia della tensione e alle stragi di Stato.
  4. Lo sgombero di Askatasuna evidenzia alcuni di questi aspetti, in primis l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo. In particolare, si è visto un cambio di gerarchia all’interno della catena di comando del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza: quello che, un tempo, era gestito su equilibri dettati a livello locale, oggi viene invece imposto dal governo centrale.
    Lo sgombero è stato accompagnato da una presenza militare nel quartiere che si è protratta nel tempo e che ha assunto le caratteristiche di uno stato d’eccezione. 
    Lo sgombero è stato preceduto da una campagna di criminalizzazione che si è trascinata per anni e si è intensificata nelle settimane precedenti con un attacco diretto alle azioni compiute durante le manifestazioni in solidarietà con la Palestina. Le perquisizioni disposte dal magistrato, oltre che nelle case dei compagni e delle compagne, sono state il pretesto per entrare al 47 di Corso Regina Margherita e porre i presupposti per lo sgombero.
  5. Proprio sul tema della criminalizzazione è importante soffermarsi.
    Questa è parte fondamentale di ciò che è stata definita la “guerra ibrida e cognitiva”, evocata dal Governo per contrastare la propaganda russa. Al riguardo, il ministro della difesa ha presentato un documento strategico al Consiglio Supremo di difesa, recepito anche dal Presidente della Repubblica.
    In sintesi, il metodo utilizzato per combattere la guerra cognitiva è combatterla a propria volta. E dove se non sul fronte interno?
    Ciò è evidente sia per la continua presenza dei militari nelle scuole, che – di contro – per le sanzioni disciplinari, la censura, le circolari e i sondaggi “studenteschi” emanati contro gli insegnanti “di sinistra”.
    Si traduce anche in una manipolazione sistematica dell’informazione, come di recente abbiamo visto nei confronti del contesto iraniano.
    Abbiamo potuto osservare come le fonti dei dati diffusi riguardo alla cosiddetta “rivolta iraniana” provenissero prevalentemente da ONG finanziate dal Dipartimento di Stato USA e da Iran International, un canale di comunicazione con sede a Londra.
    Attorno a quelle cifre è stato costruito il racconto utile a giustificare un intervento militare di USA e Israele come “portatori di pace”: una riabilitazione totale degli autori del genocidio ancora in corso in Palestina.
    Abbiamo visto chiaramente come si sia sollecitato di scendere in piazza, per quello che potremmo definire un tentativo di mobilitare le masse in senso reazionario. Questa operazione è servita per denigrare, attaccare e disgregare il movimento di solidarietà con la Palestina.
    Poco ci interessa lamentarci dell’operato della controparte, perché sappiamo quanto questa lavori contro i nostri interessi. Semmai, riteniamo più interessante un ragionamento autocritico sulla nostra capacità di darci e trasmettere riferimenti, che consentano maggiore indipendenza e autonomia.
    Rispetto a ciò, pensiamo sarebbe fondamentale ripartire proprio dalla Resistenza palestinese. 
    Se questa ha avuto la capacità di occupare uno spazio da protagonista nella lotta anticoloniale e nel processo di decolonizzazione, se ci siamo detti che mentre lottavano per la liberazione della Palestina abbiamo in realtà compreso quanto la Palestina stesse aiutando noi a liberarci, allora dovremmo ancora oggi cercare di guardare attraverso gli occhi degli oppressi: cosa dicono, scrivono e quali posizioni prendono i palestinesi protagonisti della Resistenza rispetto a ciò che accade in Iran, in Siria, in Libano o in America Latina?
    Questa dovrebbe essere la nostra bussola per consentirci di avere un metodo attraverso il quale dare, dal centro imperialista, un nostro contributo al processo di decolonizzazione.
    Anche noi siamo chiamati a misurarci ogni giorno con la cultura coloniale, perché rischia di contaminarci continuamente e inquinare i nostri pozzi.
    Dobbiamo cercare di riconoscere sempre, oltre che la destra reazionaria, anche l’altra faccia dell’imperialismo, quella della sinistra “dei diritti umani” che, alla fine dei giochi, svolge il proprio compito nel rimarcare la superiorità civilizzatrice delle “democrazie” contro le “autocrazie” e le “teocrazie”.
  6. Questo forse ci aiuterebbe a ridurre anche lo scarto e la distanza con tutto lo spaccato di seconda e terza generazione che abbiamo visto partecipare alle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina, ma che ancora stenta a trovare spazi di protagonismo.
    Non possiamo sottovalutarne l’importanza, perché siamo di fronte ad una contraddizione che sta dentro le dinamiche dei settori popolari e su cui si gioca un pezzo fondamentale della partita: l’unione dei diversi settori popolari attraverso l’appartenenza di classe, o la loro divisione a causa delle sirene del nazionalismo. Anche qui, il tema della propaganda e della guerra cognitiva ha un ruolo importante.
    Anche in questo caso, ci scontriamo con approcci diversi ma complementari.
    Da una parte la destra che soffia sul fuoco del razzismo, dall’altra la sinistra dei “diritti umani” che alimenta il circuito accoglienza-integrazione.
    Può essere per noi la fantomatica “integrazione” una rivendicazione?
    Il sistema nel quale ci vorrebbero far credere che sia possibile una “integrazione” è lo stesso in cui neanche noi ci sentiamo integrati: quello dei morti sul lavoro, dei morti in mare, dei morti per strada ai controlli e ai fermi di polizia, della guerra e delle diseguaglianze.
    Se dicessimo di avere proposta e soluzione staremmo mentendo. Sicuramente però questa non è la strada, perché porta con sé la stessa visione “civilizzatrice” costruita dal mondo occidentale di cui sopra.
  7. Pensiamo che questo dibattito sia molto importante per la lotta per la difesa “degli spazi”.
    Questi sono sicuramente luoghi fisici, occupati, autogestiti, all’interno dei quali ci diamo modo di praticare quotidianamente relazioni sociali che poggiano sulla solidarietà e su interessi collettivi, sganciati dalle logiche di mercato e di valorizzazione della merce.
    Sono luoghi dove siamo costretti a farci carico delle stesse contraddizioni generate da questa società, ma su cui siamo in grado di intervenire in modo diverso. Perché diversa è la scala di valori che applichiamo.
    Sono luoghi che, strappati a logiche predatorie e speculative, vengono restituiti alla collettività: generano la possibilità di accedere ad attività ricreative, sportive e culturali a prezzi realmente popolari, incidendo in modo significativo sulla riappropriazione di salario indiretto che questo sistema privatizza e utilizza per scopi antisociali e distruttivi, proprio come nel meccanismo della guerra.
    Questi sono quindi luoghi in cui ci dotiamo degli strumenti per leggere la realtà e intervenire attraverso la lotta che portiamo avanti anche per le strade, nei quartieri, nelle scuole o sui posti di lavoro.
    Questa pratica tende ad annullare la divisione tra lavoro manuale e intellettuale, elemento imprescindibile nella formazione militante, perché ricrea la dinamica pratica-teoria-pratica.
    Questa pratica è essa stessa la difesa dei nostri spazi, ciò che legittima la nostra azione e dà peso specifico a ciò che facciamo e diciamo.
    Allo stesso tempo però, l’esperienza politica travalica lo spazio inteso come luogo fisico, perché questo non è il fine ma il mezzo.
    Per questo la “difesa degli spazi” va intesa anche come azione più ampia: è la difesa e la conquista di spazi di agibilità politica al di fuori della mediazione e della compatibilità a cui questo sistema cerca di relegarci. Dobbiamo affrontare la realtà che abbiamo davanti mantenendo sempre chiara la nostra autonomia e indipendenza rispetto alla sua propaganda.
    Gli sgomberi sono funzionali non solo perchè portano alla chiusura di uno spazio fisico, ma in quanto rappresentano un attacco agli spazi di agibilità politica delle forze organizzate che non sono compatibili con lo Stato di guerra.

SOLIDARIETÀ A ASKATASUNA!