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DIRITTO ALLA SALUTE E DIRITTO ALLA STUDIO SONO UNA COSA SOLA!

IMG-20200521-WA0004Rilanciamo e partecipiamo al presidio convocato dal Comitato Priorità Scuola sabato 23 maggio alle ore 15.30 in Piazza Ss Annunziata.

In questo periodo, tra cosiddette “Fasi 1, 2 e 3”, ne abbiamo sentite tante: ci hanno parlato di servizi essenziali, diritti e responsabilità. Ogni volta però, passando da una fase all’altra, è emersa sempre più chiaramente la logica che tutto muove: quella del profitto.

Il Presidente del Consiglio, durante una delle puntate della saga televisiva “La conferenza stampa”, disse che tutto ciò che stava accadendo avrebbe portato ad una modifica della scala di valori attraverso la quale il Governo avrebbe preso le proprie decisioni. Quanta demagogia…

Ci sembra che arrivati a questo punto, a quasi quattro mesi dalla dichiarazione dello Stato d’emergenza, non esista ancora nessun protocollo e piano per la difesa della salute pubblica, che i costi della gestione della crisi vengano scaricati verso il basso, che nel dibattito pubblico “l’impresa” sia il fulcro di tutto il ragionamento, che i lavoratori siano un grimaldello da sventolare all’occorrenza e che ognuno di noi sia visto come “utente” o “consumatore”.

Se la salute pubblica è un diritto da salvaguardare ad ogni costo e al fianco di esso ve ne sono molti altri che dovrebbero procedere di pari passo: tra questo il diritto allo studio.

Vogliamo dire chiaramente che senza diritto alla salute non può esser garantito nessun diritto allo studio, ma senza diritto allo studio non è possibile parlare di diritto alla salute: non si può palare dei fondamenti della società come fossero compartimenti stagni perché la loro relazione è dialettica.

La crisi sanitaria prodotta dal Sars-cov-2 è ormai crisi strutturale – che quindi tocca tutti i livelli politici, culturali, sociali ed economici – perché il nostro sistema sanitario è stato distrutto da decenni di tagli.

Sulla scuola la realtà non cambia: classi sempre più numerose, spazi sempre più ridotti, taglio al personale ATA, riduzione del numero dei docenti, esternalizzazione di importanti servizi legati all’educazione e al sostegno, sono state scelte politiche dettate dalla necessità di ridurre i costi.

Mettendo insieme questi pochi elementi ci sembra chiaro che la situazione che si è venuta a creare oggi nelle scuole sia frutto della loro stessa aziendalizzazione e visto che la scuola non crea profitto semplicemente non viene considerata “servizio essenziale”. Così si è arrivati al parto della montagna… il classico topolino: la cosiddetta didattica a distanza.

Docenti e studenti, come fossero in un qualsiasi tipo di relazione “lavoratore-utente”, sono stati accomodati davanti ad un PC o un tablet, mentre il Ministro Azzolina ordinava: “Valutate, valutate e valutate!”

Adesso basta! La parola vogliamo riprenderla noi: coloro che siedono sui banchi o genitori di figli che vanno a scuola e dire chiaramente che quella “a distanza” NON è didattica. La didattica non è valutazione. La didattica è in presenza perché è rapporto diretto, capacità di collaborare, di apprendere e crescere all’interno di un collettivo ed è un equilibrio che si basa sulle capacità dell’insegnante di leggere i momenti di flessione, di stanchezza oppure di slancio e di emozione.

La didattica non è l’apprendimento di una nozione, ma di un metodo che deve aiutarci a stare al mondo e farci orientare. La didattica sta alla base della nascita di un pensiero critico… ma forse proprio questo non interessa a chi ci Governa, ieri come oggi.

Ciò non è possibile davanti ad uno schermo.

Abbiamo visto anche in questo caso costi e responsabilità scaricati verso il basso con insegnanti e genitori costretti a ricorrere un’idea confusa di organizzazione nel tentativo di garantire ciò che era impossibile garantire perché appunto, la didattica è un’altra cosa.

Chi invece avrebbe il dovere di garantire il diritto allo studio sta perdendo tempo prezioso: non è stato elaborato nessun piano di sanificazione delle scuola, non è stato approntato nessun protocollo di sicurezza perché la riapertura delle scuole a settembre sia una prospettiva concreta.

Noi viviamo la scuola come uno dei centri gravitazionali di una comunità: come tale deve riaprire e farlo in sicurezza, il che vuol dire fare tutto il possibile rispetto alle conoscenze di cui la scienza ci ha dotato in termini di prevenzione partendo da uno screening di massa su studenti, lavoratori della scuola e genitori per consentire agli studenti e alle studentesse di ogni grado di tornare a crescere stando seduti fianco a fianco…

A settembre non vogliamo nessuna sperimentazione: non è possibile dividere una classe, metà a scuola e metà in classe. Secondo quali criteri? Di quanti PC dovrebbero dotarsi le famiglie con più figli? Se i genitori addirittura fossero in smart-working quanti dispositivi sarebbero connessi contemporaneamente? Se invece i genitori sono a lavoro vogliamo chiedere ai nonni dei più piccoli di saltare da una piattaforma all’altra? Tutto questo come ricadrebbe ancora una volta sulle spalle della donne e della loro vita sociale e lavorativa?
Come faranno le insegnanti a portare avanti una lezione seguendo contemporaneamente due metodi d’insegnamento così diversi tra chi è in classe e a casa?

Possibile che tra “task force” e “comitati tecnici e scientifici” nessuno si sia posto questo domande?

La risposta è che che è possibile perché queste sono domande che a Confindustria non interessano… se il Governo fosse in mano ai lavoratori sicuramente staremmo parlando di un’altra storia!

Cpa fi*sud