Solidarietà ai lavoratori di Seano

Stamani un ingente schieramento di polizia ha attaccato il picchetto dei lavoratori davanti all’Acca di Seano. La strada è stata chiusa al traffico, mentre lavoratori e sindacalisti del Sudd Cobas venivano trascinati a terra e caricati su un pullman per essere portati in Questura. L’operazione è scattata dopo un’ordinanza della Procura per sbloccare le merci bloccate nel magazzino, mentre gli operai lottavano contro il rischio di chiusura dell’azienda e i conseguenti licenziamenti. Un fatto gravissimo: esprimiamo piena solidarietà ai lavoratori, al Sudd Cobas e a tutti coloro che sostengono questa battaglia.
Non è però un episodio isolato: è una delle manifestazioni di barbarie di questo sistema.
Allo stesso tempo è un fatto che smaschera la retorica della destra su legalità e sicurezza.
Poche settimane fa i neofascisti di “Remigrazione e Riconquista” – gli stessi che avrebbero chiuso i conti con l’antifascismo consegnando firme in Parlamento – erano a Prato a invitare lavoratori e padroni italiani a fare “corporazione” contro gli immigrati, per sconfiggere “la concorrenza sleale” e “garantire sicurezza”. La storia di oggi racconta una realtà diversa: puoi essere italiano, cinese, bengalese o pakistano, ma ciò che conta davvero è se sei sfruttato o sfruttatore, se nella società della diseguaglianza occupi il gradino più alto o più basso. Il colore della pelle, i tratti somatici, la lingua o la religione sono strumenti che il potere usa solo per dividere, per scaricare il conflitto dall’alto verso il basso e trasformare la lotta di classe in una guerra tra poveri, nazionalista ed egoista. I neofascisti sono l’interpretazione più fedele di questo schema: loro, citando Carminati dall’inchiesta di Mafia Capitale, sono il “mondo di mezzo”, quello che frequenta i salotti buoni e poi riporta nelle periferie e nei quartieri popolari le strategie della classe dominante.
A Seano, padroni e padroncini hanno fatto quadrato. Per bocca del loro avvocato adesso esultano: “finalmente è stata riportata la legalità”. Non abbiamo dubbi che per loro la legalità sia e debba essere questa: la legalità però non è neutra o un dogma scolpito nella pietra, bensì il riflesso dei rapporti di forza tra le classi. Per loro, una merce vale più di cento posti di lavoro e delle famiglie che ne dipendono. I lavoratori sono una merce, con l’unico difetto di pensare e parlare.
Il padrone, che nei giorni scorsi aveva aggredito fisicamente il picchetto, oggi ha solo dovuto aspettare che la polizia facesse, in modo del tutto “legale”, ciò che lui aveva provato a fare in precedenza. Quando si è conclusa la “movimentazione coatta” degli operai, il padrone ha potuto iniziare quella della merce ancora presente nei magazzini.
“È stato riaffermato il diritto”, hanno aggiunto: sì, il diritto che fa rima con profitto, ma che davanti al lavoro nero e al caporalato “vale fino a un certo punto”.
Nel picchetto operaio invece c’è la rivendicazione di un diritto altro: contratti dignitosi, salute e riposo dentro e fuori dal lavoro, stipendi adeguati al costo della vita e il pieno ritorno delle trattenute in busta paga in scuola, sanità, trasporti, servizi sociali e assistenza a famiglie e anziani.
Non si tratta di dire se si è o meno per la legalità, ma per quale tipo.
Non si tratta di dire se si è o meno per il diritto, ma per quale tipo.
Si tratta di comprendere che sono due sistemi in antagonismo: l’uno esiste se spezza l’altro.
È questo il rapporto di forza tra le classi: la polizia e la propaganda della destra, complementari tra loro, servono a colpire proprio la rivendicazione operaia.
Ancora una volta, bisogna scegliere da che parte stare. La realtà materiale è chiarissima: la maggioranza, per condizione di vita e di classe, deve stare con gli operai.
Se non lo fa, significa che ancora non sente il peso delle catene che si porta a spasso!