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 Il ricordo quello vero

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Firenze è una città straordinaria dove le cose straordinarie sono roba da tutti i giorni.
Niente di strano dunque che in una sera di febbraio centinaia di signori nessuno messi insieme con due risme di manifestini e un giro di telefonate siano scesi in piazza per cantarle chiare al primo partito di "governo", che con le settimane di battage, con i mezzi e con le disponibilità che si ritrova non è riuscito a mobilitare altro che la propria claque e a farle fare la solita blindatissima passeggiatina annuale.
Il CPAFiSud ha partecipato con buona parte di quegli attivisti che possono contare almeno sul sabato pomeriggio libero dal LAVORO mentre altrettanti LAVORAVANO alla preparazione del concerto reggae tenutosi la sera stessa, che ha fatto il solitissimo pienone.
Una prima risposta, immediata e costruttiva, all'atto di gratuita stronzeria da prosperini del cazzo perpetrato da chissà chi, che ha fornito ad un giornalame abituato a trattarci come un secchio di immondizie di che ciarlare una giornata prima che la faccenda si dissolvesse nell'aria con la stessa velocità con cui era nata.
Ora, i giornali sono una cosa, per quanti vermi del creato riescano a reclutare per linciarci; la realtà è un'altra.
Giovanni Donzelli finalmente arrivato al dodicesimo anno fuori corso può anche approfittarne per ripetere le menzogne che ripete a macchinetta tutti i giorni, compreso il considerare deliranti le asserzioni del CPAFiSud. La realtà dei fatti va come sempre in direzione contraria: la riprova è che come se ne esce un momentino dai protettissimi ambienti che gli tengono bordone, il "meritocrate" Donzelli finisce cacciato a schiaffi dai negozi. A noi non è ancora successo ed è probabile che ci sia il suo motivo.
Tra i monumenti di sobrietà e concretezza che il CPAFiSud è solito produrre c'è proprio una lunga serie di documentate annotazioni in cui si rilevano fatterelli quali l'ingloriosa carriera universitaria di certi scaldapoltrone, o l'assoluto latitare di esperienze lavorative che caratterizza il loro curriculum. Ancor più seriamente il CPAFiSud fa notare, e in questo non è solo, l'abituale assenza di empatia e la completa indifferenza con cui questi perfetti rappresentanti dell'età contemporanea strumentalizzano ai propri scopi le tragedie che si verificano ogni giorno accanto a loro.
Figuriamoci quindi quanto può importargli di gente morta sessant'anni fa.
Scendere in piazza nella "Giornata del Ricordo" non significa infangare le vittime di allora. Significa disprezzare chi oggi le utilizza ai propri fini.


Trieste, maggio 1945. Un'orda di sciamannati con la titovka sul capino sbuca dal nulla, irrompe in città, sale sugli autobus senza fare il biglietto, spara ai pensionati, marzagra gli avanguardisti moschettieri, riempie bordelli ed osterie senza pagare il conto, stende sul tavolone le mappe per l'okkupazione [1] dell'Italia centrosettentrionale ed incolla su tutte le cantonate un motuproprio firmato Josip Broz che confina ad aeternum la Triestina in Serie B.

C'è poco da ridere. La versione dei fatti fornita da televisionacce di regime e dal Vangelo secondo Forattini è grosso modo questa.
Sulla base di questa roba, e con l'avallo "autorevole" di qualche centone strapieno di scene granguignolesche presentato come pietra miliare della storiografia contemporanea, una parte politica che deve far scordare un po' di cosette alla propria base imbastisce una volta l'anno la passeggiatina blindata per le strade di Firenze di cui scrivevamo sopra. L'ideale sarebbe di far scordare tutto a tutti, ma nonostante l'impegno e i quattrini sperperati qui siamo ancora nel campo dei pii desideri, specie da queste parti. La passeggiatina si svolge nell'assoluta indifferenza della società civile e serve a un po' di gente in sovrappeso per coltivarsi l'orticello elettorale. Lo scorso anno dovevano "cacciare da Palazzo Vecchio chi paga le bollette ai centri sociali", nientemeno. Com'è finita lo sapete tutti, sia per il cacciare chissà chi, sia per le bollette che Palazzo Vecchio non ha mai pagato.
Le foibe sono la scusa per spazzare sotto il tappeto un bel po' di cosette poco presentabili. Si tratta di due ordini di questioni: quelle attinenti la politica contemporanea, e quelle attinenti il mito fondante del destrame.
La politica contemporanea ha nei promotori della giornatuccia del ricordo i pilastri umani su cui si reggono prodezze tipo i tagli scolastici della Gelmini, la TAV, i grandi ed inutili lavori, la CIA che fa quel che diavolo le pare, le notti in discoteca di Ignazio Benito Maria La Russa, l'aggressione all'Iraq, l'aggressione all'Afghanistan, il controllo unificato di mezzi d'informazione che fanno in blocco rimpiangere l'obiettività e la concretezza della Pravda, i campi di concentramento travestiti da CIE, l'appoggio incondizionato a furbacchioni travestiti da imprenditori ed azionisti, gli scudi fiscali per i furbacchioni travestiti da furbacchioni, i rastrellamenti da SS nel distretto tessile pratese, le pacche sulle spalle tra sionisti veccchi e nuovi mentre a Gaza si muore sotto il fosforo, i terremoti-passerella, le carceri infernali, gli sciali miliardari per le festicciole tra potenti, la militarizzazione della vita sociale, il clima artefatto e demenziale di terrore quotidiano, i gendarmi che prendono a calci i ragazzini sotto l'occhio compiaciuto della spazzatura umana che impesta le redazioni amiche, la presunta "opposizione" che s'intende di inseguire questa gente sull'esaltante terreno della galera per tutti nel timore di perder palata alle elezioni sempre incombenti.
Il tutto sullo sfondo di un paese e di una realtà quotidiana stupidi, cattivi, sbracati, repellenti, in preda ad un impoverimento senza freni ed animate da un egoismo da casi clinici. Una realtà a misura di carogne ultraottantenni, impestata di forcaioli e di galere. Una realtà in cui, finalmente, è stata uccisa anche la speranza.
Come abbiamo visto, il mito fondante del destrame statuisce la crudeltà metafisica del Nemico e l'innocenza delle vittime. Un punto di vista comodissimo perché evita a chi vi aderisca di chiedersi cosa si possa aver mai combinato per infilarsi in blocco in un simile casino, ma già difficile da sostenere al bancone di un bar qualsiasi, figuriamoci in un contraddittorio con qualche libro alla mano.
Il fascismo in via di riabilitazione conta su un certo numero di sostenitori coltivato con ogni cura, sostanzialmente gggiovani invariabilmente connotati da un'ignoranza a tutto campo. Questo dell'ignoranza è uno dei "valori" dell'Italia contemporanea, qualcosa di cui vantarsi, essendo la cultura reputata praticamente un insulto anche e soprattutto dalla ciurma intronata ai più alti livelli della cosa pubblica, ogni giorno dedita a fornire esempi pratici di un'incultura prodigiosa, solitamente accompagnata anche da una malafede per definizione impermeabile alle critiche. Uno dei refrain stereotipici dei soggetti più adattati alla realtà contemporanea è "Aho' io condivido er fascismo ma no 'a guèra e 'e leggirazziali". Nato con la guerra, dalla guerra e per la guerra, imbevuto di quel suprematismo nazionalista di cui le leggi razziali del 1938 furono un corollario che fornì avallo giuridico ad una pratica cui si indulgeva abitudinariamente da anni nei confronti dei nemici del giorno, il fascismo ebbe nella guerra mondiale il proprio logico sbocco.

Nelle librerie e nelle biblioteche gli scaffali sono ancora oggi stracolmi di volumi che illustrano la faciloneria criminosa, la patente idiozia, la cecità conclamata, la demenzialità a tutto campo, l'imprevidenza e la generale irresponsabilità che sono sostanziali al fascismo, e con i quali il fascismo condusse il paese alla rovina. Gli otto milioni di baionette della propaganda -otto milioni teorici, ché i moschetti a disposizione erano solo un milione e duecentomila- furono cacciati in una tragedia mondiale che iniziò, continuò e finì in mezzo al disprezzo internazionale e di cui la guerra da maramaldi contro la Francia, il presenzialismo cialtrone alla battaglia d'Inghilterra, la pazzesca guerra di Grecia e l'Armir (duecentomila uomini nell'inverno russo con le divise di tela) sono soltanto alcune delle sanguinose alzate d'ingegno messe in atto da una casta che nel 1943 tentò anche di uscire dalla tragedia senza pagar dazio a nessuno. Come tutti sanno, nei quaranta giorni di quell'estate da spavento in cui si tirarono le somme di vent'anni di protezionismo capitalista, di bellicismo con le pezze al culo, di medaglie facili, di moltiplicazioni miracolose dei gradi e dei generali, i principali (se non unici) responsabili della tragedia su cui i gggiovani sorvolano con tanto brio non ingannarono e sorpresero i tedeschi, ma ingannarono, sorpresero e abbandonarono i loro soldati.
Tanti di questi figuri non godettero neppure della misericordia dei memorialisti più condiscendenti; valga un esempio su tutti. In pieno 1940, a chi gli faceva notare che le manchevolezze delle forze armate erano roba da star svegli la notte il sottosegretario alla guerra Ubaldo Soddu, poi (ir)responsabile del fronte albanese e protagonista dell'aggressione alla Grecia, rispose "Non si preoccupi, nella vita quando c'è un piatto di pastasciutta assicurato e un po' di musica non occorre altro".
Soddu e la sua guerra di spaghetti e mandolino sembra fatto apposta per confermare i luoghi comuni più vieti. Eppure ad elementi del genere, ben scortati da vent'anni di pratica politica ispirati a direttive esplicite ("...I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani" aveva sentenziato Mussolini nel 1920) fu affidata prima l'aggressione alla Yugoslavia e poi l'amministrazione, con l'italianizzazione forzata, delle zone annesse. Nel calderone dei Balcani si sfogò per anni anche l'estro ambizioso di Galeazzo Ciano, che prima di finire fucilato come un cane in una di quelle vicende esemplari degli uomini e dei tempi, arrivò a mettere un re fantoccio sull'altrettanto fantoccio stato di Croazia.
Eccole qui, alcune tra le premesse che andrebbero ricordate davvero; roba su cui gli assertori dei non scordo di regime tendono a sorvolare, e il perché lo sanno loro: a monte di quanto successo sul confine orientale tra il 1943 ed il 1945 ci sono decenni di scelte politiche e militari ordinatamente disposte sull'asse che va dall'irresponsabile all'idiota, con qualche ardita puntata nel campo dell'incompetenza: roba "riabilitabile" solo facendo gran conto su un pornorevisionismo da quattro soldi sparato a tutto volume dai mass media amici.
A distanza di sessant'anni, in considerazione di quanto toccato ad altri in termini di pulizie etniche, di deportazioni in blocco, di profughi cacciati, di esecuzioni sommarie, di smembramenti territoriali, di cancellazione della memoria storica, di bombardamenti atomici, se le vittime infoibate avessero un'importanza concreta pari a quella loro assegnata dai mass media, si potrebbe perfino dire di esserne usciti praticamente gratis, dal carnaio in cui uno grasso di Predappio si fece un dovere di cacciare quaranta milioni di persone per sedersi da vincitore al tavolo della pace.
La realtà non è questa. Nella realtà il tappeto antiantifascista dovrebbe misurarsi in parsec, ché ci andrebbero spazzate sotto le macerie dei bombardamenti, le città cancellate dalla terra, i danni al patrimonio artistico, la flotta azzerata, le industrie rase al suolo, i trecentomila caduti e le oltre centoquarantamila vittime civili. Tanto per ricordarne solo qualcuno, dei risultati cui portò quel bell'affare annunciato dagli altoparlanti una mattina di giugno del 1940.

[1] L'uso della k nei vocaboli "occupare" ed "occupazione" è rimasto esclusivo dei giornalini di destra; uno dei tanti modi per irridere l'avversario politico, avendo ben cura di tenersi a prudente distanza di sicurezza.



 





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